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Sun. Dec 6th, 2020

Smart working, senza la proroga dello stato di emergenza rischio ingorgo di accordi individuali

lavoro agile

La legge prevede che per la concessione del lavoro da remoto la procedura ordinaria, che dovrebbe ripartire dal 1° agosto, non possa essere autorizzata da un accordo sindacale

di Antonello Orlando

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(iana_kolesnikova – stock.adobe.com)

La legge prevede che per la concessione del lavoro da remoto la procedura ordinaria, che dovrebbe ripartire dal 1° agosto, non possa essere autorizzata da un accordo sindacale

3′ di lettura

Lo smart working da 500mila a 8 mln lavoratori

Il lavoro agile, a partire dal Dpcm del 1° marzo scorso, ha ricevuto notevoli semplificazioni che hanno concesso ai datori di lavoro di applicarlo anche in assenza degli accordi individuali previsti dall’articolo 18 della legge n. 81 del 2017; sempre nel mese di marzo 2020, è stata anche semplificata la comunicazione obbligatoria prevista con un unico file massivo su un portale dedicato senza alcun allegato. Tali semplificazioni, insieme a quelle relative alla scelta degli strumenti di lavoro (anche di proprietà del lavoratore) e all’informativa obbligatoria in materia di salute e sicurezza sul lavoro resa disponibile da Inail, sono state da ultimo ufficializzate dall’articolo 90 del decreto rilancio (Dl 34/2020).

L’intervento del decreto rilancio

Il testo della norma in esame ha da un lato riproposto, al comma 1, quanto già previsto dai singoli Dpcm, legando però la durata del regime semplificato del lavoro agile non più alla vigenza del singolo Dpcm, ma allo stato di emergenza epidemiologica da Covid-19 che è stato fissato al 31 luglio prossimo dalla delibera del Consiglio dei ministri 31 gennaio 2020. In riferimento allo stato di emergenza va poi specificato che, se anche l’articolo 14 del decreto rilancio ha prorogato, al comma 4, alcuni termini di scadenza degli stati di emergenza, ha apertamente escluso quello legato al lavoro agile derivato dalla delibera del Consiglio dei ministri 31 gennaio 2020.

La possibile svolta

Nella giornata di ieri il presidente del consiglio ha annunciato la proroga dello stato di emergenza fino al 31 dicembre. Tale annuncio sembra dirimere le criticità connesse all’ultimo comma dell’articolo 90 del decreto rilancio il quale, in un tenore letterale forse troppo “promiscuo” fra pubblico impiego e lavoro dipendente del settore privato, consente l’applicazione del regime emergenziale dello smart working (senza obbligo di accordo e con deposito massivo) limitatamente al periodo di tempo citato al comma 1 (dunque fino al 31 luglio) e comunque non oltre il 31 dicembre 2020. Una recentissima Faq del Ministero del Lavoro aveva chiarito come tale indicazione non prorogasse in automatico il regime emergenziale del lavoro agile, ma che il riferimento della norma al 31 dicembre 2020 dovesse essere inteso quale limite massimo di applicazione della procedura semplificata di lavoro agile, nel caso di proroghe allo stato di emergenza, esattamente come quella annunciata dal presidente del Consiglio.

Rischio ingorgo

Tale scenario, giunti quasi alla metà del mese di luglio, ha portato le aziende, specie di grandi dimensioni, a dovere pianificare la sottoscrizione di centinaia, in alcuni casi migliaia, di accordi individuali con i dipendenti, atteso che la legge 81/2017 prescrive accordi individuali e non sindacali, obbligando l’azienda, anche nel caso di accordi di secondo livello, a raccogliere la singola adesione del dipendente. Tali accordi vanno inoltre depositati nel portale ordinario di cliclavoro.gov.it con una procedura, anch’essa massiva,

ben più complessa rispetto a quella del lavoro agile emergenziale che prevede il caricamento di due files, uno di architettura xml e uno in formato pdf con il singolo accordo con il dipendente, da racchiudere dentro una cartella complessa. Va ricordato inoltre che tale comunicazione riveste il carattere di obbligatorietà che aziona, in caso di omissione o tardività rispetto al termine di 5 giorni previsto per le variazioni del rapporto di lavoro dall’art. 4-bis del decreto legislativo 181/2000, la sanzione da 100 a 500 euro per ciascuna comunicazione.